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Ecco lo sport più bello del mondo: «Giocare per Credere»

«Tanti dicono che il calcio è il gioco più bello del mondo... questa è anche la mia opinione ». Le parole sono di Papa Francesco pronunciate la scorsa settimana in Sala Paolo VI all’incontro promosso dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio e dalla Gazzetta dello Sport. Si può anche non essere d’accordo. Non è dogma di fede. L’unico modo per sperimentarlo è “giocare per credere”. Così hanno fatto anche quest’anno i seminaristi e i sacerdoti dei collegi pontifici nel tradizionale torneo a loro dedicato e che sabato giunge alla sua conclusione con la finalissima. Lo scorso weekend, nella cornice del Centro Tecnico di Coverciano, è terminato anche il torneo degli oratori, la Junior Tim Cup, che ha visto coinvolti un gran numero di ragazzi. Per tutti è stata l’occasione per provare un’intensa emozione: giocare. Questa è la motivazione più vera e profonda che spinge a correre dietro un pallone e prenderlo a calci. Anzi, possiamo ben dire che il pallone resta il vero maestro che insegna che cosa sia la felicità. Per questo il gioco più bello del mondo è quello che è capace di regalare gioia, emozione, soddisfazione, amicizia. Un gioco per essere bello deve essere condiviso. Il pallone per svolgere la sua missione non può essere trattenuto nelle mani ma deve correre tra le gambe dei propri compagni (si chiama passaggio) o muoversi tra quelle degli avversari (si chiama dribbling). Non è divertente il calcio senza gli altri come non è possibile vivere senza qualcuno con cui confrontarsi, accogliersi, allearsi e camminare insieme. È entusiasmante uscire di casa e accorgersi che non sei solo perché c’è qualcuno che ti aspetta: «Vuoi giocare con me?».
Il gioco più bello del mondo si svolge su un terreno di ultima generazione, sul rettangolo polveroso di periferia o su un campetto improvvisato sulla piazza. C’è un limite invalicabile che nessun adulto, neppure l’allenatore, può oltrepassare per evitare di calpestare i sogni dei ragazzi. Non facili illusioni, non attese esagerate, non sottili ricatti, non comportamenti esagerati ma solo l’entusiasmo dei protagonisti può trovare libertà di movimento. Non importa se diventeranno campioni è molto meglio che giochino con la passione del “dilettante”, o dell’amateur come dice il Papa. Non è un giocare alla “viva il parroco”, anzi, ma non sottostare ad altre finalità che non siano il gioco stesso.
Nella storia del gioco più bello del mondo si trovano grandi campioni che hanno raggiunto la vetta della popolarità e del successo. Ammirati, a volte osannati, presi come esempio. La loro storia è intessuta di tanti sacrifici e tante delusioni. A volte conoscerle diventa testimonianza veritiera per stimolare l’impegno dei ragazzi. Non solo i gesti tecnici devono essere imitati ma anche la loro fatica quotidiana e l’esemplarità di vita fatta di coerenza e di generosità.
Il gioco più bello del mondo al fischio finale vede tutti stringersi la mano e abbracciarsi, vincitori e sconfitti, nella segreta certezza che senza gli altri non mi sarei divertito.