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Riforma lavoro sportivo, attenzione all’attività di base

 Si parla da tempo, anche se in modo molto confuso, di riforma dello sport. Tra gli obiettivi dichiarati quello di dare dignità e regolamentare l’attività dei lavoratori nella pratica sportiva. Che lo sport sia uno spazio talvolta praticato da chi non intenda rispettare alcune regole è noto. Che tale atteggiamento conduca a pensare che attraverso la pratica sportiva si creino sacche di elusione degli oneri che invece tutti gli altri lavoratori devono sostenere, è altrettanto noto e purtroppo vero. Per queste e per molte altre ragioni, il Csi è favorevole a tutelare i lavoratori, in coerenza con la propria natura morale ed etica, attraverso un’attenta e ragionata revisione delle regole che governano il lavoro nell’universo sportivo. Come in ogni situazione complessa, non bisogna però generalizzare. Se in Italia, per fare un esempio, esiste ed è documentata l’evasione fiscale, così come quella previdenziale, non si può, né si deve per questo dire che tutti gli italiani sono evasori e conseguentemente applicare regole penalizzanti per tutti. Precisato che è possibile fare una bella riforma delle norme che regolano il lavoro sportivo e che il Csi si è fatto e continuerà a farsi portatore di proposte concrete, sottolineiamo subito che bisogna assolutamente applicare l’Art. 5, comma 1, della Legge 8 agosto 2019 n. 69. Vi si legge infatti che i Decreti legislativi di riforma del lavoro sportivo avrebbero dovuto, fra le altre cose, “assicurare la stabilità del sistema in ragione della riconosciuta funzione sociale dello sport”. Questa è la colonna portante di tutto: assicurare la stabilità del sistema. Invece, è proprio questo che si sta rischiando di distruggere, con un effetto devastante. Il più grande valore da salvaguardare è proprio la pratica sportiva, intesa come comparto e luogo di produzione delle opportunità educative, sociali e anche lavorative. Iniziamo, però, a comprenderne gli aspetti complessi e multiformi che la caratterizzano. Innanzi tutto, non esiste un solo modo di offrire attività sportiva ed è quasi impossibile classificarle con precisione. Occorrono strumenti di facile applicazione ed elastici nella loro utilizzazione. Ci sono lavoratori dello sport che dedicano gran parte del loro tempo a questa attività; altri, invece, riservano solo poche ore; altri si muovono in un ambito professionistico; altri ancora, invece, in un contesto dilettantistico. E veniamo al mondo delle società di base, quelle appartenenti agli Enti di promozione sportiva: possono reggere un sistema come fossero tutte delle società strutturate e con ricchi bilanci? No, lo dicono e lo sanno tutti. Eppure di queste società sportive e del loro lavoro c’è un bisogno assoluto. Si sta rischiando, per demagogia, per approssimazione, per mancanza di reale confronto con l’intero mondo della promozione sportiva, di buttare nei rifiuti anni di prezioso servizio educativo, di avamposto sociale sui territori, di testimonianza educativa, di presidio sociale. Evitiamolo. Sarebbe l’inizio di un’era carica di gravi problemi.

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